Il surrealismo minimale di Joan Miró

«Andrebbe stuprata, uccisa e assassinata».
No, non è il bieco proponimento di un violentatore seriale, bensì il proponimento del più franco degli artisti del secolo scorso, Joan Miró, e la vittima non è una donna ma più semplicemente la pittura convenzionale, contro la quale il più fervente esponente del surrealismo non riusciva a nascondere tutto il suo disprezzo.
Ne è riprova l’uso di ogni più disparato materiale per realizzare le sue opere: dal cartone alla masonite, dai mattoni ai pezzi di ferro, alle tele, ecc.; infatti, tutto per Miró ha la dignità necessaria per trasformarsi in un’opera d’arte.
Materiale semplice con il quale, oltre ai dipinti, creò anche collage, sculture, monumenti, litografie, acqueforti, ceramiche, scenografie e finanche arazzi.

Non basta dire che il poliedrico artista catalano (Barcellona, 1893 – Palma di Maiorca, 1983) fu un grande sperimentatore e un maestro dell’eclettismo, occorre, invece, evidenziare che per Joan Miró la realtà è un punto di partenza e mai quello di arrivo.
Una delle sue asserzioni più conosciute, per l’appunto, ci fa sapere che per lui «Sono le cose più semplici a darmi delle idee. Un piatto in cui il contadino mangia la sua minestra, l’amo molto più dei piatti ridicolmente preziosi dei ricchi».
Un dichiarato processo di semplificazione dal quale seppe cavarne strumenti e simboli per una nuova e diversa percezione della materia.
E di citazione in citazione andiamo a Jacques Prévert, che di Joan Miró ebbe a dire: «E’ un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni».
Una descrizione perfetta per una delle personalità più illustri della storia dell’arte moderna «che contiene riassunte – scriveva Valentina Tosoni su “Repubblica” – alcune delle principali caratteristiche dell’artista catalano, come la semplicità, l’immediatezza, la curiosità, la gioiosità e l’incredibile estro creativo, che l’hanno reso uno dei più attivi esponenti del Surrealismo».

Miró, che da giovane conobbe Pablo Picasso e frequentò il dadaismo di Tristan Tzara, amava le forme primitive, essenziali, addirittura puerili, quasi come le pitture rupestri della grotta di Altamira, nella Cantabria, in Spagna, scoperte nel 1879 e che probabilmente Mirò aveva visto.

Paesaggio catalano (Il cacciatore), 1923-1924, oggi al MoMA di New York.

Un’arte concettuale che si manifesta in costruzioni geometriche affidate a colori piatti, come il giallo, il nero, il rosso o il blu nei quali, volendo, può ritrovarsi tutta l’energia e la luce del Mediterraneo. Composizioni coloristiche che evocano emozioni e suggestioni oniriche, al limite dell’allucinazione e dell’alchimia. Tutt’altro che casuale, però, poiché nelle opere di Miró compaiono segni e simboli distribuiti secondo un ordine a lungo meditato fino a creare una sorta di ritmo narrativo. Sosteneva, infatti: «Se anche una sola forma è fuori posto, la circolazione si interrompe; l’equilibrio è spezzato».

Davvero sterminata è la produzione artistica di Joan Miró; tra le tante opere mi piace ricordare l’Arazzo (6,1 × 10,7 m) realizzato per il World Trade Center a New York e andato perso a causa del crollo della Torre 2, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. L’opera, in lana e canapa, era un disegno astratto, con blocchi luminosi di colore, rosso, verde, blu e giallo, con elementi neri e uno sfondo marrone chiaro. Un’opera visionaria, insomma, come del resto sono tutte le altre espressioni artistiche di Joan Miró.

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Michele Vespasiano

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