Il pittore colombiano denuncia l’indifferenza dell’umanità rispetto al dramma del sofferente e del diverso

Dal “Graffito di Alexàmenos”, considerata la più arcaica e conosciuta rappresentazione della crocifissione di Gesù (qualcuno, in verità, la ritiene la più antica blasfemia della storia), le vicende della passione e morte di Cristo sono tra le più interpretate nella storia della pittura.
Se ne sono occupati, infatti, pittori come Giotto e Antonello da Messina, Raffaello, Mantegna e Caravaggio. Per citarne solo alcuni.
Forse meno conosciute, ma non per questo meno diffuse, però, sono anche tante raffigurazioni poco canoniche, per così dire. Come la “Salita al Calvario” di Hieronymus Bosch, popolato di visi orrendi che figurano i peccati dell’umanità, il “Gesù nell’orto degli olivi” di Paul Gauguin, con un Gesù umile e smarrito che attende il compimento del suo percorso terreno o la “Pietà”, di Vincent Van Gogh, dove il pittore olandese presta le sue sembianze e i suoi capelli rossicci al Cristo deposto dalla croce. Per non dire dell’irriverente e provocatorio “Jesus Christ with shopping bags” di Banksy, che critica aspramente la superficialità della moderna società consumistica.
Tra le più originali va segnalato pure il “Cristo e la moltitudine” di Fernando Botero, conservato nel Museo di Antioquia di Medellín (Colombia).
In questa tela del 2010, dominata dai volumi e dall’accesa tavolozza tipici dello stile del pittore colombiano, Gesù, cinto dalla corona di spine da cui calano rigagnoli di sangue sul viso, si staglia massiccio muovendosi controcorrente in un flusso serrato di donne e uomini dal viso torvo e incattivito, nessuno dei quali guarda il Cristo, rappresentato più come un uomo torturato e oltraggiato che come una divinità.
La folla che lo circonda è una fiumana di persone che non si fa fatica a vedere indifferente verso la sofferenza dell’Uomo, il quale, demoralizzato, mesto e sconfitto nell’animo, si va dirigendo verso il proprio destino. Né aiuta a scorgere il dramma l’insieme di fiaccole che si stagliano sullo sfondo nero del dipinto, che pur accese non riescono a illuminare il cielo che incombe su tutti.
I vestiti che indossano tutte le persone, come pure i cappelli di taluni uomini, attualizzano a oggi la scena del dipinto, con particolare riferimento all’insensibilità di un’umanità decadente che ignora chi soffre e che vede il diverso come una minaccia. Chiara denuncia, nelle intenzioni di Botero, dei mali del nostro tempo.
L’opera si inserisce nel più ampio ciclo del mistero dei riti della settimana santa, in tutto 27 dipinti a olio e 36 disegni realizzati da Fernando Botero tra il 2010 e il 2011. I dipinti della Passione, successivamente donati dall’artista colombiano al Museo di Medellín nel 2012, in occasione del suo ottantesimo compleanno, suggerisce, anzi impone con forza, una ineludibile e profonda riflessione riguardo al dramma della passione e della morte di Gesù Cristo.

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Michele Vespasiano

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