Una sineddoche pittorica

Nella linguistica c’è una figura retorica, la sineddoche (dal greco “συνεκδοχή”, ovvero comprendere insieme), a cui si fa ricorso quando si utilizza “una parte per indicare il tutto”. Ecco, è proprio alla sineddoche che ho pensato riflettendo sulla figura dei due stupiti e celeberrimi angioletti dipinti da Raffaello Sanzio, di cui il prossimo anno cadrà il quinto centenario della morte.

Chi non li tiene a mente? Sono dappertutto: dalle riproduzioni su tazze, scatole o sulle magliette oppure utilizzati per poster, per quaderni e block notes, immagine buona per il tempo di Pasqua e quello di Natale. Orbene, quei due paffuti cherubini che tanta fama popolare contribuiscono a dare al pittore di Urbino sono solo “una parte” del meraviglioso “tutto” che è la Madonna Sistina, altrimenti detta ‘Madonna di San Sisto’ (tela, cm 265 × 196) attualmente conservata nella Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda. Una delle opere più rappresentative del Rinascimento italiano. Una tela che vale di per se stessa il viaggio nella capitale dello stato tedesco della Sassonia!

Detto che la tela fu realizzata su richiesta di Giulio II in onore di suo zio Sisto IV e che Raffaello Sanzio la dipinse tra il 1512 e il 1514, aggiungo subito che quest’opera, per la soavità della sua bellezza, ha affascinato nei secoli personaggi come Freud, Goethe, Nietzsche, Heidegger e Bulgakov, ma anche Dostoevskij, che ne parla in “Delitto e Castigo” e in altri suoi scritti.

Si sa che le “Madonne” di Raffaello sono famose in tutto il mondo per la loro bellezza, la purezza compositiva e l’elegante semplicità, ma la ‘Madonna Sistina’ le supera tutte per l’incanto che riesce a suscitare in chi l’osserva. Ciononostante è il dettaglio delle faccine dei due pensosi puttini posti alla base del dipinto, appoggiati al davanzale quasi a separare lo spazio divino da quello terreno dove si trova lo spettatore, che è entrato nell’immaginario collettivo. Un particolare compositivo, aggiunto probabilmente da Raffaello in un secondo momento, la cui notorietà, già dalla fine del XIX secolo, è diventata superiore alla fama dell’opera del pittore urbinate nel suo complesso. Un’invasione tanto esorbitante da diventare una rilevante icona mediatica, una figura prototipica per le successive interpretazioni, alterazioni o addirittura fantasiose manipolazioni pubblicitarie che ne sono state fatte.

Grazie alla loro marginale collocazione al bordo del dipinto, può dirsi che il successo degli angioletti risieda proprio nel fatto che queste due figure, diversamente da altre classiche raffigurazioni angeliche utilizzate da artisti di ogni tempo, appaiono quasi “fuori” sia dallo schema compositivo della tela che dalla narrazione iconografica che ne intendeva fare Raffaello; che siano meno protagonisti della scena e più “complici” dello spettatore. Addirittura gli angioletti, con il loro atteggiamento pensieroso, spiritoso, annoiato, ambiguo, diventano elementi provocatori di una riflessione che va oltre il senso iconologico dell’opera raffaellesca. Tanto “fuori” da essere considerati a se stanti o addirittura un quadro nel quadro; insomma, un’immagine tra le più popolari della cultura figurativa rinascimentale.

Sul perché di questa presenza nel capolavoro raffaellesco molto si è detto e scritto. Finora, però più che le certezze a prevalere sono le ipotesi, anzi le leggende. Una vorrebbe che i volti dei due angioletti siano quelli di due bambini visti dal pittore davanti al banco di un panettiere, ammirati e perplessi per le leccornie che vi erano esposte; un’altra che appartengano ai figli di uno dei modelli che posava per il quadro, i quali, intrufolatisi dove Raffaello stava dipingendo, colpirono l’artista per la loro espressione curiosa ed innocente con cui lo guardavano lavorare. Ovviamente anche queste leggende hanno contribuito ad alimentare il mito degli “Angeli di Raffaello”, contribuendo a farli diventare delle vere star, al pari della “Gioconda” o dei “Girasoli” di Van Gogh, riprodotti in ogni forma e su ogni supporto. Un mito tanto popolare che Andy Warhol stampiglierà l’immagine in più copie, con il prezzo ben visibile, a significare il suo passaggio a bene di consumo.

P.S.: Per chi volesse saperne di più sulla ‘Madonna Sistina’ e sui due angioletti consiglio il libro Eugenio Gazzola, La Madonna Sistina di Raffaello. Storia e destino di un quadro, Quodlibet, Macerata (2013)

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Michele Vespasiano

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