Un frutto che ha attraversa tutta l’arte

Melograno. Melagrana, Granata. Sono tanti i nomi di questo frutto tipico della stagione autunnale. Il nome, come si può facilmente intuire, deriva dal latino malum (mela) e granatum (con semi), ed in effetti il melograno ha le sembianze di una mela solo che l’interno riserva la sorpresa di numerosi chicchi rosso sangue. Opposta al picciolo, il frutto ha una caratteristica corona a quattro-cinque punte, residui del calice fiorale da cui si è sviluppato.
Davvero suggestiva la simbologia evocata dal melograno. La sua origine la si fa derivare dal sangue di Bacco che, ucciso dai Titani, fu riportato in vita da Cibele, ragion per cui il melograno è anche simbolo di resurrezione. Nella mitologia classica è pure legato al rapimento di Proserpina da parte di Plutone. Nelle diverse culture, dalle orientali a quelle mediterranee, questo frutto è inoltre simbolo di fecondità.
In ragione di tanto i poeti dell’antichità non si sono risparmiati dall’evocarlo simbolicamente. Cosicché, mentre nella poesia galante persiana, il melograno evoca il seno, “Le sue guance sono come il fiore del melograno e le sue labbra come il succo del melograno”, il Cantico dei Cantici recita: “I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti”.
Nella poesia italiana è ben noto “il verde melograno dai bei vermigli fior” di Carducci, in Francia Paul Valery canta Le melegrane e in Spagna compare nella Canzone orientale di Federico Garcia Lorca. Giusto per citare alcune odi.

Il melograno è stato utilizzato molto spesso anche da numerosi artisti nelle loro opere, sia pittoriche che scultoree. Fra tutte è famosa la Madonna della melagrana di Sandro Botticelli, conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.
Il dipinto (tempera su tavola, 1487), di cui esistono altre copie in altrettanti musei sparsi nel mondo, racchiude in un tondo la Vergine con il Bambino seduto sulle ginocchia. A circondare i due protagonisti, con una sapiente padronanza dello spazio, ci sono sei angeli, divisi equamente in due gruppi. Di questi solo uno pare guardare al piccolo Gesù, mentre tutti gli altri sono impegnati in attività diverse: c’è chi legge, chi guarda il libro di un altro, chi sussurra in un orecchio o chi volge lo sguardo verso chi si ferma ad osservare l’affollata composizione, quasi a volerlo coinvolgere nell’incanto della scena. Gli angeli che occupano le posizioni più esterne reggono due candidi gigli e si appoggiano a un festone di rose rosse, che da bordo a bordo del dipinto gira intorno alla Madonna. È fin troppo chiaro che i fiori rimandano rispettivamente alla purezza di Maria e al sangue della Passione di Cristo.
Il tondo è detto Madonna della melagrana poiché il Bambino gioca proprio con uno di questi frutti che la Madre ha in mano, mentre la destra sollevata a mezz’aria pare salutare chi si lascia catturare dalla soavità del dipinto e dalla dolcezza del viso di Maria, peraltro assai somigliante a quello della celebre Venere.
Nella sua evocazione simbolica, inoltre, la coroncina apicale del melograno richiama invece la regalità della Vergine e di suo Figlio, mentre il colorito rosso dell’insieme compatto dei semi prefigura la passione di Cristo e al contempo sono l’allegoria dell’unità della Chiesa.

Il tondo ricorda un precedente capolavoro botticelliano, La Madonna del Magnificat, pure questo agli Uffizi, dove compare ancora un melograno nelle mani del Bambino. Altre opere con analogo soggetto sacro sono di Raffaello, di Leonardo da Vinci, del Pinturicchio. Di Jacopo della Quercia, invece, è la statua nel Duomo di Ferrara, considerata uno dei massimi capolavori della scultura italiana del Quattrocento. Meno nota, anche perché di autore ignoto, è la trecentesca Madonna del Melograno che è nel Museo diocesano di Lucera.
Tra i ritratti recanti questo frutto, si annovera quello eseguito da Dürer, raffigurante l’imperatore Massimiliano I, e il Ritratto di Giovane di Niccolò dell’Abate, in cui la melagrana allude alla carità e alla ricchezza interiore. Altri dipinti, decisamente più vicini a noi, sono: Il sogno del Melograno (1912) di Felice Casorati, e quello surrealista di Salvador Dalì, Sogno causato dal volo di un’ape (1944).

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Michele Vespasiano

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