Un ritrovamento eccezionale ripropone il tema della sessualità nella mitologia

Tra i miti dell’antica Grecia certamente quello più intrigante è la storia di Leda e il Cigno. Zeus si innamora dell’affascinante Leda, sposa di Tindaro re di Sparta, e per questo intende a tutti i costi possederla; temendo, però, la vendetta della moglie Era si trasforma in un elegante cigno.
Mentre riposa lungo le sponde di un laghetto la ragazza è risvegliata dallo sbattere le ali di un candidissimo cigno, che la seduce e la fa sua dopo averla inebriata con un dolce nettare e incantata con il collo sinuoso che le carezza il viso, le braccia, i capelli.
Appena la giovane regina si sveglia, Zeus si fa riconoscere e le dichiara il suo amore.
La storia di “Leda e il Cigno” è narrata nel Libro VI delle “Metamorfosi” d’Ovidio e fa parte delle leggende mitologiche greche. Un mito molto in voga nella cultura e nel mondo artistico del Rinascimento, per il fatto che in quell’epoca sarebbe stato assolutamente impossibile rappresentare l’atto sessuale tra un uomo e una donna; mentre di contro era certamente più agevole alludere ad esso facendo ricorso all’espediente della raffigurazione del mito, del quale solo poche persone ne conoscevano il senso autentico.
È così che il mito di Leda è diventato una delle raffigurazioni maggiormente cariche di esplicita sensualità mai rappresentate in pittura o nella scultura. Non fa meraviglia, quindi, che la storia abbia stimolato la fantasia di artisti di ogni epoca, da Leonardo da Vinci a Salvador Dalì, da Michelangelo Buonarroti a Tintoretto, con rappresentazioni talvolta decisamente audaci, molte delle quali hanno conosciuto, in verità, la furia censoria tanto da finire bruciate o squarciate.
Certamente l’esempio più esplicito per il suo messaggio erotico è la tela (1750) del francese François Boucher, dove l’attenzione di chi guarda è richiamata immediatamente dalla posa lasciva di Leda e dalla centralità dei genitali della donna che il cigno pare annusare con bramosia.
Tra le raffigurazioni più antiche, invece, e certamente tra le più belle, c’è l’affresco appena scoperto su un muro di Pompei, in una stanza da letto (un cubicolo) di una casa lungo via del Vesuvio; nella stessa casa dove pochi mesi fa è stato individuato un affresco di Priapo, analogo a quello ben noto della vicina Casa dei Vettii. Entrambi straordinari ed inaspettati ritrovamenti, che lasciano supporre quanto altro conserva ancora il più famoso sito archeologico italiano!
La pittura, davvero incantevole, mostra la scena piena di sensualità del congiungimento tra il Cigno-Giove e Leda, che si mostra con le labbra socchiuse e uno sguardo ammiccante e piuttosto licenzioso, pronta a intrigare chi entra nella stanza. I colori accesi, le sfumature vivide sono sopravvissuti alla furia demolitrice dell’eruzione fino a lasciare immutata l’altissima qualità esecutiva dell’affresco. Allo stesso modo le figure dell’avvenente regina di Sparta e dell’attraente animale hanno fattezze eccezionali, concepite con un’esplicita carica erotica. La donna, pressoché nuda, ha un corpo appena accarezzato da un drappo dorato che a mala pena copre le gambe sode, ben tornite e aperte per accogliere nel suo grembo Zeus-Cigno.
Il dipinto ripropone il dilemma mai risolto se l’amplesso di Giove con l’avvenente Leda sia da intendersi come simbolo della donna che dall’antichità ai grandi artisti del Rinascimento afferma la propria indipendenza, oppure se è l’esaltazione mitologica della prevaricazione del maschio, capace di ricorrere finanche all’inganno per soddisfare le sue brame.
Comunque lo si guardi, si tratta di un ritrovamento “eccezionale e unico“.
A Pompei l’episodio di Giove e Leda non è certo sconosciuto, “poiché è attestato in varie domus, con diverse iconografie (la donna è in genere stante, e non seduta come nel nuovo affresco, e in alcuni casi non è raffigurato il momento del congiungimento carnale). Allo stesso modo il mito di Leda e il cigno compare anche in affreschi staccati da Ercolano e da Villa Arianna a Stabia, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e, a conferma della popolarità del soggetto, su uno specchio d’argento del tesoro di Boscoreale oggi al Louvre”.

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Michele Vespasiano

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