In memoriam di un vecchio palo di legno

 

 

C’era una volta un palo di legno. Uno di quelli affusolati, robusti, stagionati scelti un tempo per sostenere i fili del telegrafo, per poi essere riutilizzati come sostegno ai cavi del telefono oppure della luce. Uno di quelli sui quali rondini e passeri amano ritrovarsi per raccontarsi dei loro giri sulla città.
Da decenni fuori le secolari mura della città c’era quel palo. Ha svolto onoratamente il suo lavoro, senza chiedere nulla, senza che nessuno gli andasse a far visita, che si prendesse cura di lui.
Da sempre era infisso nella nuda terra, esposto a tempeste di neve e roventi giornate di sole. Testimone solitario di stagioni nelle quali poche altre cose erano intorno a lui: le macerie del dopo terremoto innanzi tutto e poi qualche cantiere della successiva ricostruzione. Gli uomini no, quelli li ha sempre visti passargli accanto, soprattutto nelle stagioni soleggiate, innamorati del panorama o dell’aria limpida che si respira.
Il tempo è passato inesorabile e il palo ha visto riedificare le case, la chiesa, la strada e finanche un marciapiede. Senza dir nulla, ma certamente soffrendo, ha lasciato che ingegneri e operai gli coprissero i piedi con betonelle e mattoncini, asfalto e cemento per realizzare quel mozzico di banchina, mai calpestata da nessuna scarpa.
Nulla ha lasciato trapelare del suo dolore, di quanto gli mancasse l’erba, i fiori di campo che ad ogni primavera gli spuntavano tutto intorno, donandogli un certo non so che di elegante postura. Ha taciuto il palo!
Poi un bel giorno, anzi un giorno decisamente orrendo, un vento impetuoso si è scatenato improvviso, accompagnato da una tempesta di pioggia che l’ha sferzato per ore. Ha provato a resistere ma nulla ha potuto contro la rabbia furiosa di Eolo che, anche se non era vero, pareva ce l’avesse proprio con lui.
Almeno questo era ciò che aveva creduto il palo prima di schiantarsi a terra. Inerme. Spezzato in due parti. Tirandosi dietro i fili dove non si poseranno più gli uccelli vagabondi. È stato attento, però, prima di rompersi. Ha badato bene che non passasse nessuno. Come un pilota che avverte che il suo aereo sta precipitando, con un estremo colpo di reni è stato accorto finanche a non coinvolgere nella caduta le mura della casa che aveva visto edificare appena sotto di sé. C’era una famiglia lì dentro, dei bambini inermi e innocenti che giocavano al riparo della tempesta che fuori, appena qualche metro più in là, sferzava implacabile.
Certamente ha pensato che non sarebbe stato giusto causare altro dolore oltre quello che già stava vivendo lui stesso, già privo della sua corteccia. Un’estrema sofferenza che stava dilaniando le sue fibre legnose, un tempo compatte e resistenti. No, non era giusto e allora nel crollo ha sfiorato il tetto, evitando le romanelle e finanche la gronda inzuppata d’acqua e si afflosciato di lato. Esalando il suo ultimo fiato.
Nessuno si è dispiaciuto per quel vecchio palo. Stagionato. Un tempo robusto. Non ci sono state orazioni funebri per quel palo affusolato, nessuno ne ha tessuto le lodi.
Nessuna prece è stata recitata, neppure quando un gruppo di beccamorti con una pettorina arancio si è presentato con pale e picconi. Non per tumularlo la fossa ma per farlo a pezzi con una truce motosega e – estrema ingiuria – buttarne i pezzi sul pianale di un camioncino.
Nessuno lo ha sentito, ma sono sicuro che il palo, quel palo, ormai orfano dei fili del telefono, spoglio della sua dignità, avrà in cuor suo gioito al pensiero che i ciocchi del suo fusto sarebbero finiti nel camino per riscaldare altre persone, altri bambini che certamente stavano anch’essi giocando ignari del sacrificio del palo estirpato in via Dietro le Mura.

P.S.: Al suo posto quei truci operai hanno infossato un altro palo. Non di legno ma di bieco freddo metallo; nella stessa buca, sullo stesso marciapiede che nessuna scarpa riuscirà mai a calpestare. Anche questa volta nel silenzio di tutti. Anche di qualche Autorità che avrebbe potuto e dovuto dire qualcosa. Per autorizzare l’esumazione o per contestare la nuova fossa.

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Michele Vespasiano

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