Le opere d’arte danno testimonianza dei sublimi misteri della fede

Per gli auguri di questa inconsueta Pasqua del 2020 non potevo non scegliere un dipinto di Raffaello, di cui ricorre quest’anno il 500° anniversario della morte. E allora vi propongo la “Resurrezione” conservata a San Paolo di Brasile, nel Museu de Arte de São Paulo.

Prima di inoltrarmi nella presentazione del dipinto, però, devo dire subito che l’assegnazione al Divino pittore di Urbino non è unanimemente riconosciuta dai critici dell’arte, dividendosi tra chi (Berenson) non crede che sia opera di Raffaello e altri (Ragghianti, Longhi, Camesasca e Brizio) che invece se ne sono detti convinti.
Se fosse opera di Raffaello, ed io mi adeguo al giudizio dei più, non è a Raffaello della maturità artistica che occorre pensare, quello, per intenderci, delle bellissime Madonne che ci ha regalato; il dipinto va bensì collocato negli anni giovanili dell’artista e presumibilmente tra il 1501-1502, nel periodo della sua vicinanza al Pinturicchio (il cosiddetto “intermezzo pinturicchiesco“), caratterizzato da “un marcato gusto per l’ornato e la decorazione minuta”. Infatti, i tratti ruvidi del Risorto del giovane Raffaello hanno poco a che spartire con la dolcezza che connota, ad esempio, il Cristo della “Trasfigurazione”, considerata l’ultima opera di Raffaello.
Nell’immaginifica visione della “Resurrezione”, Cristo non solo risorge, ma ascende al Cielo, anticipando una pagina del Vangelo che sarà di là da venire.
Al centro della composizione c’è il sepolcro che fino a un attimo prima ha ospitato il corpo del Crocefisso. La tomba, vista di scorcio e con il coperchio spostato, è finemente lavorata ed è certamente retaggio di una cultura classicista a cui ha guardato Raffaello.
La scena, ambientata in un paesaggio rigoglioso e variamente animato, si volge sotto gli sguardi esterrefatti delle guardie del Sinedrio, poste a guardia del sepolcro e sconvolte tanto quanto lo è un serpente che striscia ai piedi del sarcofago e che, va senza dire, oltre a rappresentare la maleficenza di Satana è anche il simbolo della mistificazione consumata durante il processo che ha portato Gesù alla crocifissione.
Le vesti più curate e finanche ricche dei soldati e degli angeli, i gesti più presenti e i colori più vivaci contribuiscono a dare solenne plasticità alle figure, oltre ad assegnare all’intera composizione la dovuta gaiezza dovuta a un evento miracoloso ancorché preannunciato.
Tutt’altra cosa delle vesti scurite e i volti contriti delle tre Marie che, distanti e ignare di ciò che sta succedendo e di quello che troveranno a breve, si stanno dirigendo al sepolcro; vesti e atteggiamenti che dicono tanto della sofferenza patita sotto la croce.
E distante, sulle rive del fiume che scorre lì accanto, sosta anche un airone, simbolo esso stesso di resurrezione, come nella lezione dantesca della Commedia.
Ovviamente, e non potrebbe essere altrimenti, su tutto domina imponente la figura del Cristo risorto, stante su una leggera nuvola e con un aereo nimbo sul capo; il volto è imberbe e i capelli sono lunghi. Il corpo nudo, privo del sudario con il quale è stato rivestito nel momento di calarlo nel sepolcro che era di Giuseppe di Arimatea, è coperto solamente da un ampio mantello rosso, colore della santità regale, che gli lascia scoperto il torace. Nella sinistra, infine, regge una bandiera crociata, mentre con la mano destra, invece, benedice in forma trinitaria.
Un’ultima annotazione per far rilevare che, eccezion fatta per le donne, tutte le figure, dal Risorto agli angeli, ai soldati hanno una mano che tende al cielo, evidente attestazione della divinità di Cristo e della straordinarietà della sua resurrezione dalla morte.
Concludo dicendo che la vittoria di Gesù Cristo sulla morte è celebrata da molti grandi artisti, per cui volendo immergersi in questo tributo al Risorto c’è solo da tenere a mente le parole di Papa Francesco: «Le opere d’arte danno testimonianza delle aspirazioni spirituali dell’umanità, dei sublimi misteri della fede cristiana e della ricerca di quella bellezza suprema che trova la sua origine e il suo compimento in Dio».

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Michele Vespasiano

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