Pollock: È solo dopo una specie di ”presa di  coscienza” che vedo ciò che ho fatto

C’è un termine nell’arte pittorica che rimanda senza alcuna esitazione alla tecnica adottata da un famoso pittore statunitense:  Jackson Pollock. Questa parola è dripping, vale a dire “sgocciolamento”, ed è alla base della action painting (pittura d’azione), che segnò buona parte del filone artistico americano tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni cinquanta del ventesimo secolo ed inizialmente detto più semplicemente “espressionismo astratto”.

Tale tecnica, che ha tanto di banale quanto ne ha di intima perfezione espressiva, è strettamente connessa alla capacità gestuale dell’artista che nella realizzazione di  un dipinto “getterà” i colori sulla tela con gesti talvolta delicati, altre volte furiosi o con  qualsiasi altro tipo di movimento, a seconda della sua viscosità, densità o composizione chimica. Allo stesso modo saranno diversi i mezzi e i modi con i quali avverrà il gocciolamento: schizzando il colore con pennelli più o meno grandi, sbattendolo violentemente contro la tela, oppure lasciandolo colare direttamente dal barattolo di vernice. Analogamente saranno impegnate non solo le mani e le braccia, ma anche le gambe, i piedi, i gomiti e finanche il naso. L’immagine che ne risulterà sarà caotica, un miscuglio informale di macchie di colore, un reticolo che si interseca senza nessuna logica, nessun ordine formale.
Rilevano i critici d’arte che «il risultato è una pittura caratterizzata da violenza gestuale e cromatica, che oppone alle regole della società del benessere il comportamento, non controllabile, dell’artista, rivelando anche la forte ascendenza dell’automatismo surrealista»
Insomma, come può comprendersi, il dripping è una tecnica pittorica così immediata e spontanea nella sua esecuzione che consegna una pittura affrancata da qualunque schema, forma o modello precostituito. E l’atto creativo rappresenta lo specchio su cui il pittore  proietta l’immagine di se stesso, cosicché si potrà dire che l’opera che egli realizza rappresenta la gestualità con cui è stata creata e allo stesso modo dirà della sua personalità e dell’intima rappresentazione del suo Io. La tela, dunque, non è soltanto il mezzo ma diventa anche il trait d’union tra la materia e lo stato d’animo residente nel profondo dell’artista esponente della pittura d’azione.

«L’immagine che ne consegue è spesso caotica, un miscuglio informale ed assurdo di macchie di colore, tratti che si intersecano senza nessun ordine, il tutto generato dalla gestualità carezzevole o violenta dell’autore, in funzione del proprio stato d’animo. L’azione automatica, derivata dagli stati d’animo dell’artista, genera sulla tela un’opera con un linguaggio espressivo carico di un soggettivismo portato all’esagerazione» [frammentiarte.it].

Infine, servirà a poco dire del posizionamento della tela, poiché i pittori, anche in funzione della tecnica prescelta del dripping, scelgono di tenerla orizzontalmente, distesa, ad esempio, sul pavimento o su un tavolato, oppure di metterla in verticale e finanche in posizione dinamica, cioè di movimento.
Per dire di Jackson Pollock, tutte le sue opere furono realizzate posizionando le tele sul pavimento del suo studio e sgocciolando, con estrema attenzione, vari strati di vernice e usando talvolta, come per “Autumn Rhythm (Numero 30)“, anche oggetti inconsueti come bastoncini, spatole, cazzuole e coltelli di varia forma.

Poiché, come si è detto, l’action painting prorompe una violenta esplosione di energia vitale, frutto di una pulsione interna che non ha nulla di pianificato, Pollok, i cui dipinti sono tra i più noti al mondo dell’action painting, ammette che mentre si accinge a dipingere non ha la benché minima percezione di ciò che sarà la sua opera e che, soltanto alla fine si rende conto di quello che ha concepito.

«La mia pittura non scaturisce dal cavalletto. Preferisco fissare la tela non tesa sul muro o per terra. Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del dipinto, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare sui quattro lati ed essere letteralmente nel dipinto. È simile ai metodi dei pittori di sabbia indiani dell’Ovest… Quando sono “nel” mio dipinto, non sono cosciente di ciò che sto facendo. È solo dopo una specie di ” presa di  coscienza” che vedo ciò che ho fatto. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di distruggere l’immagine, ecc., perché il quadro ha una vita propria. Tento di lasciarla emergere. Solo quando perdo il contatto con il quadro il risultato è caotico».

Per quanto riguarda, invece, la tecnica di Pollock, artista straordinario, forte quanto fragile studi critici e analisi spettroscopiche recenti hanno evidenziato che il pittore statunitense ha attraversato un lungo processo di sperimentazione per perfezionare il suo dripping, cosicché si può sostenere che nulla di improvvisato c’è nell’immaginifico cromatismo delle sue tele.

 

 

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Michele Vespasiano

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