Il suo odore se lo sentiva ancora addosso e questo la inebriava.

Un leggero sorriso aveva disegnato la sottile piega delle sue labbra e lo sguardo aveva assunto un’eloquente espressione di appagamento. Ma questo lei non avrebbe potuto vederlo, distesa sul grande letto che un tempo era stato dei nonni, in quella casa di campagna così lontana dal suo presente eppure ancora così carica di ricordi. Delle lunghe estati dell’infanzia, della sua spensierata adolescenza, dei suoi primi turbamenti amorosi. Da quant’è che mancava da quella casa? Provò a fare due conti senza, però,  riuscire a ritrovarsi in una risposta convincente. La grande specchiera che sovrastava l’imponente cassettone era troppo distante per rimandarle la sua immagine, e null’altro c’era dove potersi mirare come faceva da bambina, se lo avesse voluto.

E poi aveva gli occhi chiusi, per impedire che qualcosa potesse rovinare la magica atmosfera nella quale si sentiva immersa. Tutto diceva di compiacimento, di contentezza, di soddisfazione. Tutto macchinava per farla sentire la donna più felice al mondo, tant’è che a nulla e nessuno avrebbe permesso di rompere quel magico incanto. Non all’orologio che per tutta la notte aveva continuato a rimandare il ticchettio delle lancette a cui aveva fatto eco il verso degli uccelli notturni che abitavano i lecci del bosco che rasentava la casa, né al sole del quale avvertiva il tepore dolce della tarda primavera, né, ancor più, al pensiero che a quell’ora avrebbe dovuto essere già da tutt’altra parte. Ma a questo era meglio non pensarci. Non ora, almeno, non in quel momento.

Era un momento meraviglioso che sarebbe potuto durare un’eternità se solo non avesse deciso di allungare la mano tra le pieghe confuse delle lenzuola di lino che le parve rimandassero l’antico profumo del sapone alla violetta che tanto le piaceva. Realizzò che il lenzuolo, o forse era il copriletto leggero che odorava di lavanda, si era attorcigliato attorno al suo corpo lasciando sbucare a tratti una gamba, leggermente flessa come per fare un balzo in avanti. Le dita si distesero, si allungarono assieme al braccio, tastarono sempre più insistenti di qua e di là in cerca della ragione della sua felicità. Il suo odore se lo sentiva ancora addosso e questo la inebriava. Con le palpebre serrate provò a immaginare quanto distanti da lei fossero le braccia che poc’anzi la tenevano stretta e che ancora sentiva aderire sulla sua pelle. E dove fossero le mani che, curiose, avevano accarezzato ogni centimetro del suo corpo, procurandole sensazioni sconosciute, e le cosce che avevano serrato le sue come una morsa. Le era piaciuta la sensazione di lasciarsi sopraffare dal corpo e dal calore del suo partner. Non aveva avvertito alcuna aggressività ma piuttosto il senso di una condivisa intimità, mai provata prima.

Chissà se anche lui aveva gli occhi chiusi, chissà se erano i suoi stessi pensieri quelli che in quel momento attraversavano la mente del compagno; chissà se anche lui aveva le labbra socchiuse, pronte a ricevere ancora un bacio. E a darne. Aveva voglia di baci lei, anzi ne aveva addirittura bisogno per sentirsi rassicurata che quel momento sarebbe stato per sempre.

Lo avrebbe baciato subito o forse sarebbe stato lui per primo a farlo. Sperava che avvenisse. In cuor suo era certa che sarebbe stato così. Avrebbe dovuto solo fargli intendere che era sveglia, e per questo una lieve carezza sul viso sarebbe stata sufficiente per ridestare il desiderio, per riaccendere la passione che aveva bruciato per tutta la notte. Ritornò alla sua mente l’immagine di lui disteso accanto, nudo, possente, e questo bastò per far reagire nuovamente il suo corpo, a restituire turgore ai capezzoli, a ravvivare gli umori della sua femminilità.

Senza indugiare oltre, la mano si decise a lasciare il copriletto rugoso e a puntare più in alto, sul cuscino, là dove sapeva di trovare il viso che quella notte aveva baciato e carezzato mille e più volte. Con le dita ne avrebbe ripercorsi i tratti, scendendo dalla fronte incredibilmente larga fino al mento segnato da una leggera barba ispida. Avrebbe delineato l’incavo degli occhi e il profilo del naso, per soffermarsi con voluttà sulle labbra carnose, oggetto del suo desiderio, fonte inesauribile di sensualità. Invece non trovò né il viso né le labbra. Un attimo e un ghigno di delusione prese il posto del tenue sorriso.

Delusione, incredulità, sconcerto, rabbia segnarono il suo brusco risveglio quando, aperti finalmente gli occhi, vide che non c’era nessuno accanto a sé.

Il letto lo sentì gelido come fino ad allora non le era parso, sebbene il sole bucasse già da un po’ i vetri e le tende ricamate a uncinetto del vecchio balcone. Era completamente disfatto dalla parte di lui e le lenzuola lasciavano intravedere i rombi del materasso, mentre il cuscino era scivolato sul pavimento. E i suoi vestiti dov’erano finiti? Non ne aveva la più pallida idea!

Le prese un’ angoscia senza pari, un’inquietudine che rapidamente stava tramutandosi in rabbia […]

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Michele Vespasiano

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