Torri Gemelle, un Santangiolese tra le macerie del World Trade Center
Un mio articolo sul “Quotidiano del Sud” di Domenica 15 Settembre 2019

Sono trascorsi già diciotto anni ma non può dimenticarsi il “nine-eleven”, né si possono dimenticare le vittime e gli eroi del terribile dramma del crollo delle Twin Tower. Tra questi ultimi ce n’è uno nelle cui vene scorre sangue irpino, anzi sangue santangiolese: John Paul De Vito, i cui genitori, Gina e Nicola, erano partiti negli anni cinquanta da Sant’Angelo dei Lombardi per approdare come tanti nella “Grande Mela”, in cerca di fortuna.

John Paul nel 2001 aveva 45 anni, due lauree e un posto di responsabilità nel May Davis Group, una piccola banca d’investimento con uffici all’87° piano del One World Trade Center, la torre nord diventata tristemente famosa perché il primo aereo dei terroristi, un Boeing 767, vi si infilò di prepotenza, esattamente nove piani al di sopra dell’ufficio di De Vito.

Quella mattina il dirigente bancario si era da poco seduto davanti ad un cumulo di scartoffie e stava bevendo una tazza di caffè dopo l’incontro con un cliente. Erano le 8:48 di un normale martedì di lavoro quando le lampade si staccarono dal soffitto, schiantandosi sul pavimento, le carte volarono via e John Paul fu quasi scaraventato giù dalla sedia mentre il fumo penetrava ovunque attraverso i fori che improvvisamente si erano aperti sul soffitto e nelle finestre. Fu difficile capire cosa stesse accadendo, anzi cos’era accaduto. Di una cosa però John Paul De Vito era certo: il rischio di perdere la vita era imminente. Allora chiamò sua moglie Marilyn per dirle che lui e il suo staff erano in pericolo. Le disse che l’amava e le raccomandò di prendersi cura dei loro bambini, Arielle e Cristen. Dall’altro capo del telefono non arrivò neppure una parola, ma solo singhiozzi.

E a questo punto cominciò quello che si sarebbe potuto immaginare solo scrivendo la trama di un thrilling di successo. De Vito intuì che non ci sarebbe stata salvezza se fossero restati nell’edificio e che occorreva evacuare al più presto, nonostante qualche collega insistesse per aspettare i pompieri le cui sirene cominciavano a lancinare l’aria già da qualche minuto. A condividere con lui quella che a tutti pareva una decisione azzardata c’era l’amico Harry Ramos, direttore commerciale della banca, entrambi a Wall Street da cinque lustri.

Il racconto che pochi pochi giorni dopo il New York Times mise in prima pagina è sconvolgente, una storia vissuta tutta lungo le scale della Torre Nord. Raccontò De Vito della sua tentazione di mettere in salvo le proprie cose e di cercare una via solitaria di fuga; aggiunse della decisione di farsi leader e di occuparsi di guidare gli impiegati terrorizzati, convincendoli che bisognava fuggire al più presto. C’è poi la ricostruzione di un tempo infinito trascorso lungo le scale, dove succede di tutto: la gente si incontra, si aiuta, collabora, le persone diventano fratelli e sorelle. E poi c’è il resoconto delle mille difficoltà che incontrarono, con i suoi impiegati che continuamente volevano fermarsi per aspettare i soccorsi, mentre lui li costringeva a tenersi per mano per formare una catena e scendere tutti insieme. Nel racconto di John Paul c’è spazio anche per un siparietto che, se non fosse stato vissuto nella tragedia, avrebbe suscitato una qualche ilarità: quando al trentesimo piano suonò il telefono aziendale che Ramos aveva portato con sé, l’uomo rispose pensando di poter essere utile a qualcuno, invece era un cliente della banca che voleva notizia dei suoi soldi. Indignato il direttore commerciale gli disse: «Vai a farti fottere», e buttò via il telefono. Tre piani più sotto trovarono una persona che stava male e che non riusciva a scendere la scale da solo, allora Ramos e un altro collega se lo caricarono sulle spalle e continuarono a scendere.

I pompieri li incontrarono al quindicesimo piano, da questi ebbero l’invito a fare in fretta a uscire; a Ramos dissero di lasciare l’uomo che stava aiutando perché ci avrebbero pensato loro. Mentre De Vito si affrettava lungo le scale, l’amico si attardò ancora con l’uomo che stava aiutando, dicendogli di non preoccuparsi perché sarebbe restato con lui.

«Quelle sono state le ultime parole che ho sentito dal mio amico – ha poi raccontato De Vito – perché da allora non ho più udito la sua voce».

Ramos è una delle migliaia di vittime dell’attentato di Al Quaeda di cui non si sono più avute notizie.

Non meno problematico fu uscire sulla strada: «Quando finalmente fui fuori, i polmoni si riempirono di fumo e polvere, così che ancora una volta mi chiesi se sarei riuscito a sopravvivere. Ho iniziato a camminare con gli occhi chiusi inciampando in lamiere e macchine parcheggiate, piangendo per la gioia di essere vivo».

Assieme alla contentezza per aver salvato la vita a tanti suoi impiegati John Paul si vergognò pure di aver lasciato indietro il suo amico Ramos. Si recò allora in chiesa, dove pregò piangendo. Un poliziotto gli si avvicinò credendolo sotto shock, ma lui gli gridò: «No, non sono sotto shock, sono invece lucidissimo. Ora finalmente capisco tutto. È stato quando mi sono occupato solo di soldi, di commercio e di carte che ero sotto shock, che non sapevo cosa fosse la vita e quali sono le cose che valgono, chi sono gli uomini e che cos’è il coraggio!». Un pensiero che ebbe modo di condividere subito dopo anche con la moglie Marylin, oltre che con papà Nicola e mamma Gina, che al rientro a casa fece trovare a John Paul una fumante pasta al forno cucinata alla maniera santangiolese, con tante polpettine e tanta mozzarella.

Allo sconcertato reporter del giornale newyorchese che lo stava intervistando, De Vito ebbe modo di dichiarare: «Mi sento come un morto resuscitato, uno a cui è stata data la possibilità di vivere una seconda vita. Ma non riesco a dire “sono felice”. Ho ancora negli occhi quell’inferno: la gente che urlava o che scappava in silenzio, mezza nuda, i capelli bruciati, senza pelle. Ho salvato 40 persone ma forse potevo fare di più per aiutare il mio povero collega morto e gli altri rimasti in trappola».

Valuta che la sua esperienza, la sua determinazione a fare una scelta piuttosto che un’altra non è roba da tenere per sé, ma è più giusto condividerle con gli altri. Dice pure di aver capito quanto sia falso quel vecchio detto imparato a Wall Street, “il bravo ragazzo finisce sempre ultimo”, e quanto invece la solidarietà arricchisca più del denaro. Cosicché, dopo aver cambiato vari lavori, ora John Paul fa conoscenza con migliaia di persone negli incontri motivazionali che fa in giro per gli States.

Un eroe, lo dice la storia, non è mai pago del suo gesto. E John Paul De Vito non fa eccezione. Che poi sia un eroe con il sangue irpino nelle vene è motivo che inorgoglisce la nostra terra.

Chi l’avrebbe detto che, appena qualche tempo dopo, tra quelle macerie può dirsi ancora fumanti, si sarebbe aggirato un altro “vero” santangiolese, l’ambasciatore Charles Gargano, con l’incarico di ricostruire Ground Zero. Un compito tanto prestigioso quanto impegnativo, che il politico italoamericano ha di recente raccontato in un libro e un video presentati quest’estate anche a Sant’Angelo dei Lombardi.

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Michele Vespasiano

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